Lavoro, la Uil lancia l’allarme in Abruzzo: stipendi bassi, precarietà e il nodo dei “lavoratori fantasma”

23 Luglio 2026
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Michele Lombardo

Lo studio della Uil Abruzzo, basato sui rapporti Inps e dell’Ispettorato nazionale del lavoro, fotografa un mercato del lavoro segnato da salari inferiori alla media nazionale, occupazione frammentata e forte incidenza di part-time involontario e contratti a termine. Il sindacato: «Non basta celebrare l’aumento degli occupati, bisogna guardare alla qualità del lavoro»

PESCARA – Crescono gli occupati, ma il lavoro resta povero, discontinuo e spesso precario. È questa la fotografia che emerge dall’analisi della Uil Abruzzo, che accende i riflettori sulla qualità dell’occupazione nella regione denunciando un sistema caratterizzato da salari bassi, contratti instabili e migliaia di “lavoratori fantasma”, persone formalmente occupate ma costrette a convivere con part-time involontario, impieghi discontinui e redditi insufficienti. Il quadro, elaborato dal Servizio Uil Lavoro, Coesione e Territorio insieme alla Uil Abruzzo sulla base del XXV Rapporto annuale Inps e del Rapporto dell’Ispettorato nazionale del lavoro relativo ai dati 2025 e 2026, evidenzia criticità strutturali che colpiscono soprattutto giovani e donne.

I numeri descrivono un mercato del lavoro ancora lontano dagli standard delle aree più dinamiche del Paese. In Abruzzo la retribuzione media annua dei lavoratori dipendenti del settore privato si ferma a 20.966 euro, ben al di sotto della media nazionale di 25.387 euro e distante dagli oltre 31 mila euro registrati in Lombardia. Anche la continuità lavorativa resta limitata: le giornate retribuite sono mediamente 237 all’anno.

Sul fronte della stabilità contrattuale, il 68,9% dei dipendenti è assunto a tempo indeterminato, mentre una quota consistente continua a essere interessata da rapporti di lavoro precari o da forme di part-time che comprimono il reddito e incidono negativamente anche sulle future pensioni. I contratti full-time rappresentano il 63% del totale. Le donne costituiscono il 41,6% dei dipendenti privati extra-agricoli, mentre gli under 30 si fermano al 20,1%, confermando le difficoltà di accesso stabile al mercato del lavoro per le nuove generazioni.

A commentare il report è il segretario generale della Uil Abruzzo, Michele Lombardo: «I dati emersi dal Rapporto INPS e da quello dell’Ispettorato del Lavoro ci confermano che non possiamo più limitarci ad esultare per i soli numeri assoluti sulla crescita degli occupati. Bisogna guardare dentro quei numeri per capire che tipo di lavoro si sta creando. In Abruzzo abbiamo una retribuzione media annua che supera di poco i 20.000 euro, ben lontana dalle regioni trainanti del Paese. La nostra campagna “NO AI LAVORATORI FANTASMA” nasce proprio per dare voce e visibilità a tutte quelle persone che vivono un’esistenza lavorativa frammentata, fatta di contratti part-time non scelti e discontinuità. Senza retribuzioni adeguate e stabilità contrattuale non c’è un vero futuro né per i nostri giovani né per lo sviluppo del nostro territorio».

L’analisi della Uil richiama inoltre l’attenzione sui divari generazionali e di genere, che continuano a rappresentare uno dei principali elementi di debolezza del sistema occupazionale.

Massimo Longaretti, componente della segreteria Uil Abruzzo, sottolinea: «L’analisi mette a nudo divari di genere e generazionali pesantissimi che si riflettono in modo drammatico sul nostro tessuto regionale. Un giovane under 30 guadagna a livello nazionale oltre 12.000 euro in meno rispetto ad un lavoratore adulto, lavorando in media solo 198 giorni l’anno; le donne affrontano un gap retributivo che nel settore privato sfiora il 29% e un divario pensionistico del 25,2%. A questo si aggiunge la sofferenza delle madri lavoratrici, che affrontano carenze dei servizi e rigidità aziendali che spesso costringono alle dimissioni».

Il rapporto evidenzia come la precarietà produca effetti economici profondi. A livello nazionale, un lavoratore con contratto a tempo indeterminato percepisce mediamente 30.560 euro l’anno, mentre chi è assunto a tempo determinato si ferma a 11.034 euro e i lavoratori stagionali arrivano a 9.188 euro. Ancora più marcata la differenza tra lavoro a tempo pieno e part-time: il reddito medio annuo è rispettivamente di 31.686 euro contro 12.583 euro.

Il dossier dedica infine un focus alla genitorialità e alle conseguenze della discontinuità lavorativa sulle pensioni. Nel 2025 sono state circa 60 mila le convalide di dimissioni nei primi tre anni di vita del bambino e il 68% ha riguardato le madri. Tra le cause principali figurano la carenza dei servizi di supporto, indicata nel 38% dei casi, e le difficoltà legate all’organizzazione del lavoro, pari al 28,4%.

La penalizzazione prosegue anche dopo la vita lavorativa. Secondo la Uil, la diffusione del part-time involontario e delle carriere discontinue si traduce in un marcato divario previdenziale: le donne percepiscono una pensione media lorda mensile di 1.619,39 euro, contro i 2.165,78 euro degli uomini, con una differenza del 25,2%.

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