Mentre la città riaccoglie la Visitazione di Raffaello dal Prado e firma il Padiglione Italia alla Biennale, l’opera monumentale che nel 2005 Luigi Guardigli volle donare alle sue pietre giace nei caveau della banca che, vent’anni fa, l’aveva esposta nel proprio androne sul corso. L’allievo di Picasso si è spento a Tenerife il 13 aprile, a ottant’anni
L’AQUILA – L’Aquila è Capitale italiana della Cultura. Il 9 maggio, alle Tese delle Vergini dell’Arsenale, ha aperto il Padiglione Italia della 61ª Biennale d’Arte, e a curarlo è una docente dell’Accademia di Belle Arti aquilana, Cecilia Canziani, con il progetto “Con te con tutto” di Chiara Camoni. Dal 27 giugno, al Castello cinquecentesco, il Museo Nazionale d’Abruzzo accoglierà la Visitazione di Raffaello in arrivo da Madrid dopo quattrocento anni, in dialogo con quella del Pontormo prestata dalla Diocesi di Pistoia. La città si è messa al centro del discorso culturale del Paese. Eppure proprio sul corso Vittorio Emanuele II, dove un tempo la Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila (Carispaq) aveva la sua sede storica, dorme oggi nei caveau della Bper un’opera che a quei portici era destinata: quella che è stata definita la più grande acquaforte del mondo. Si chiama “I persistenti segni estetici”, la firmò nel 2005 Luigi Guardigli, allievo di Picasso, e fu pensata come un omaggio. La banca, allora, ne ospitò la presentazione nell’androne principale e ne pubblicò il catalogo. Guardigli avrebbe voluto la sua acquaforte affissa per sempre lungo lo stesso corso, dentro la cornice dei portici, perché ogni giorno ci passassero davanti i bambini e gli anziani della città. Non è mai accaduto. Vent’anni dopo, mentre L’Aquila apre le sue porte a Raffaello, Pontormo e a una nuova generazione di curatori, il regalo del maestro che la scelse resta dietro una porta blindata.
Guardigli è morto a Tenerife il 13 aprile, alle quindici. Era nato a Napoli il 6 giugno del 1945, e a chi gli stava intorno diceva sempre “buon vento”, con quella cadenza partenopea che gli era rimasta addosso. Le vele, infatti, tornavano nelle sue acqueforti come un’ossessione gentile: tele gonfie di un vento che non si vede, mai immobili.
Chi è passato da L’Aquila tra i primi anni Novanta e il 2009 sa di che cosa stiamo parlando. In via Pretatti, due passi da piazza San Pietro, c’era una porta che dava su un mondo. Dentro: torchi calcografici e lastre di rame; nell’aria, un odore di inchiostri che si mescolava alla montagna. Lì viveva e lavorava Guardigli, e lì hanno imparato il mestiere generazioni di studenti dell’Accademia di Belle Arti, alcuni venuti da paesi europei e oggi dispersi. «Occorre forza, abilità al disegno, umiltà ed ingegno», ricorda Antonio Congeduti, che per anni è stato l’aiutante fisico in bottega, il suo “usbergo”, come lui stesso si definisce con una parola antica. Il lavoro dell’incisore e dello stampatore, dice, è molto faticoso. L’incisione è una delle pochissime tecniche dell’arte occidentale che resiste alla scorciatoia digitale, perché non perdona la fretta; chi vi entra accetta di stare al passo di una macchina costruita prima della meccanica moderna, e di un acido che non discute.
Lo chiamavano “allievo di Picasso” senza che la formula sapesse di leggenda postuma. Tra il 1970 e il 1971 lavorò accanto al maestro spagnolo, tra l’atelier parigino e la villa di Mougins, dove Picasso ormai novantenne produceva con la ferocia di sempre. La scheda biografica conservata al Museo Sperimentale d’Arte Contemporanea dell’Aquila riporta che il maestro lo scelse rispetto ad altri incisori, e gli affidò il proprio lavoro su lastre, pietre e linoleum. Il compito era altissimo e umile insieme: trasporre la grafica del maestro sulla matrice, moltiplicarne il segno con i mezzi del torchio, tradurre la pittura nell’incisione. Quando Picasso, che ti aveva osservato lavorare per due anni nel suo entourage tra Parigi e la Riviera, ti chiamava per nome e ti dava la sua lastra, era come essere battuto cavaliere da chi quel secolo lo aveva già fondato.
Tra il 1972 e il 1976, sempre secondo la scheda del MU.SP.A.C., Guardigli girò il mondo incidendo per gli altri. Dentro la lista c’è metà del libro di storia dell’arte del Novecento italiano: Burri, Capogrossi, Dorazio, Perilli, Carrino, Consagra, Afro, e i fratelli Pomodoro, Gio e Arnaldo. Accanto, in registro internazionale, Alechinsky, Max Bill, Corneille, Pasmore, e di nuovo Joan Miró. Nella copertina della monografia che la Carispaq pubblicò nel 2005, in alto si leggono i nomi dei maestri per cui aveva inciso: Picasso, Dalí, Magritte, Corneille, Chagall, Guttuso, del Greco, Bruni. In mezzo a loro c’è anche il suo cognome. Non è un vezzo: è una rivendicazione di paternità della linea, di chi sa che dentro la grafica di quei maestri, sulla lastra, c’è il suo segno. Aveva la sensibilità dell’interprete, capace di rileggere la mano altrui senza appiattirla. È quella la differenza che separa un esecutore da un artista, in incisione.
A L’Aquila Guardigli portò un sogno da grande artigiano del Rinascimento: fare della città una capitale dell’incisione contemporanea. Nel 2002, secondo le schede biografiche dell’artista, montò nel centro storico quello che venne descritto come il più grande torchio calcografico d’Europa. Tre anni dopo arrivò “I persistenti segni estetici”, che lui stesso descrisse come una calcografia monumentale live in “n ri/quadri” ispirata alle bellezze artistiche ed architettoniche della città dell’Aquila. Nell’opera ci sono Santa Maria di Collemaggio con la scacchiera della facciata e il rosone, la basilica di San Bernardino, la fontana delle 99 Cannelle, una torre civica, il profilo del Gran Sasso. Era il modo di Guardigli per ringraziare la città che lo aveva accolto per quasi vent’anni; e ringraziare, per un incisore, significa lasciare alla pietra il proprio passaggio. La mostra si tenne nell’androne della Carispaq, sul corso, e la curatela toccò ad Antonio Gasbarrini. Poi l’opera uscì dall’androne e prese la via dei caveau. Una giacenza che dice qualcosa sulla città e sulle sue distrazioni più che sull’artista; soprattutto adesso, quando la stessa città mette la cultura al centro della propria narrazione di rinascita.
Poi venne il 6 aprile 2009. Il sisma, oltre alle case, spezzò biografie. La porta di via Pretatti si chiuse; l’Officina Artistica di Collemaggio, lo spazio polifunzionale che Guardigli aveva aperto qualche anno prima con laboratori di stamperia calcografica e arti applicate, non riaprì più. Anche il palazzo storico della Carispaq, sullo stesso corso che avrebbe dovuto ospitare l’acquaforte, divenne inagibile. Per qualche tempo Guardigli restò, tenace, intorno alle sue lastre. Poi maturò una decisione che chi conosce il carattere aquilano del lavoro può capire: andarsene. Prima la Spagna, dove sopravvivevano gli amici di gioventù. Alla fine Tenerife, dove vive il figlio.
La finca, parola spagnola che alle Canarie indica la casa con il suo pezzo di terra, nel caso di Guardigli era una piantagione di banane. Lì ha vissuto gli ultimi anni e lì, con la palette accesa dei tropici, ha aperto una stagione nuova. L’ultima sua opera è una tavola che lui o chi gli stava accanto ha chiamato “divisionismo etico”: segno che neppure davanti al colore di quell’isola aveva smesso di pensare l’arte come responsabilità. C’è un video, girato dentro la finca, che lo riprende al torchio con i guanti chirurgici alle mani; il piano dell’inquadratura è basso, quasi un’icona laica della fatica. Ha lavorato fino all’ultimo, dicono lì.
Della propria arte aveva detto, con franchezza disarmante, che la ricerca prendeva il sopravvento sull’affare; ciò che il mestiere gli chiedeva era sacrificio economico, ciò che gli restituiva era libertà. Donava agli altri la propria vita e considerava il dono una contropartita giusta. È il modo, da artista del Novecento, di pensare l’arte: una postura etica prima ancora che estetica, e una rarità nel mercato di oggi. Vale per le lastre dei maestri che ha tirato per cinquant’anni, e vale a maggior ragione per l’acquaforte che ha intagliato in onore della città dei suoi vent’anni più felici.
A L’Aquila restano i suoi allievi e le sue lastre; degli studenti europei che venivano alla bottega, le tracce si sono perse. Resta il ricordo di chi entrava in quella stanza di via Pretatti e ne usciva con la sensazione di aver toccato il Novecento per interposta mano. Resta, in fondo a un caveau della Bper, un’acquaforte enorme che aspetta ancora il muro per cui era nata: un muro che in vent’anni nessuno ha avuto la forza di indicarle. E da Tenerife, dalla casa con la sua piantagione di banane, è arrivata la voce di chi gli era accanto fino alla fine. Desiderio Palombella, che con lui ha condiviso quegli ultimi anni, mette in una riga sola tutto quello che si può dire: «Il prof mi manca molto, la finca senza la sua presenza è inanimata, anche un paio di gatti sono spariti».
Nell’anno della Capitale della Cultura, sarebbe il momento di accorgersene. Buon vento, maestro.