Alla Corte d’assise d’appello dell’Aquila la requisitoria della pm D’Avolio contro i tre imputati. La difesa contesta: «Richieste sproporzionate, la Cassazione aveva già escluso la gravità indiziaria»
L’AQUILA – Pene severe e un impianto accusatorio che la Procura ritiene confermato anche in dibattimento: dopo mesi di processo, il pubblico ministero Roberta D’Avolio ha chiesto pene pesanti per i tre imputati palestinesi accusati di terrorismo internazionale: dodici anni per Anan Yaeesh, nove per Alì Irar e sette per Mansour Dogmosh. Un impianto accusatorio che la procura ritiene confermato «sia dagli atti sia dalle risultanze processuali», sintetizzati in una memoria di oltre cento pagine.
La giornata si è aperta con la testimonianza del professor Francesco Chiodelli, urbanista dell’Università di Torino, chiamato a descrivere il contesto dell’insediamento israeliano di Avnei Hefetz, nei pressi di Tulkarem, indicato in alcune intercettazioni come possibile obiettivo di un attentato. Il docente ha tracciato il profilo di un’area «fortemente presidiata», dotata di checkpoint, una base militare e milizie territoriali composte dagli stessi residenti: un livello di protezione che renderebbe «estremamente difficile» mettere in atto un’azione armata.
Da qui la requisitoria della pm, che ha richiamato punto per punto gli elementi considerati rilevanti per sostenere l’accusa di terrorismo internazionale nei confronti dei tre giovani imputati.
Di tutt’altro avviso la difesa. L’avvocato Flavio Rossi Albertini ha contestato l’impostazione della procura, rilevando come la requisitoria sia rimasta «ancorata agli atti delle indagini preliminari» e non alle prove emerse nel dibattimento. Il legale ha anche richiamato la precedente valutazione della Corte di Cassazione, che su elementi analoghi non aveva riconosciuto la gravità indiziaria nemmeno nella fase iniziale per Alì e Mansour.
Nel ricostruire la posizione di Yaeesh, il difensore ha ricordato che un tribunale militare israeliano lo aveva già condannato a tre anni di reclusione e cinque di libertà vigilata per fatti risalenti alla seconda intifada, giudicando «sproporzionata» la richiesta di dodici anni avanzata dalla procura dell’Aquila.
Il processo riprenderà il 19 dicembre con le arringhe difensive, prima della decisione della Corte.