Sant’Omero, bar sotto controllo giudiziario: dipendenti sfruttati e pagati fino a 3 euro l’ora

28 Luglio 2026
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L’inchiesta della Procura di Teramo ipotizza turni massacranti, contributi evasi e retribuzioni fuori contratto. Tre gli indagati, l’attività prosegue con amministratori giudiziari

Un bar-caffetteria di Sant’Omero è stato posto sotto controllo giudiziario nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Teramo su un presunto sistema di sfruttamento lavorativo. Il provvedimento, eseguito dai Carabinieri del Nucleo Operativo del Gruppo Tutela Lavoro di Roma e dal Nucleo Ispettorato del Lavoro di Teramo, è stato disposto dal gip con l’obiettivo di garantire la continuità dell’attività, tutelare i lavoratori e ripristinare condizioni di legalità.

L’indagine riguarda i due coniugi che gestiscono l’esercizio commerciale e una collaboratrice di uno studio di consulenza del lavoro. A vario titolo sono indagati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, truffa aggravata ai danni dello Stato, falso ideologico e violazioni della normativa sulla sicurezza. Alla società viene inoltre contestata la responsabilità amministrativa prevista dal decreto legislativo 231 del 2001.

Gli accertamenti, avviati nel maggio 2025 dopo alcune ispezioni, avrebbero fatto emergere un sistema basato su turni di lavoro fino a 10-12 ore al giorno, spesso senza riposi settimanali o ferie. Secondo la Procura, a fronte di contratti part-time i dipendenti percepivano compensi tra i 30 e i 50 euro al giorno, pari a circa 3-4 euro l’ora, ben al di sotto dei minimi previsti dal contratto nazionale.

Le indagini, condotte anche attraverso osservazioni, pedinamenti e le testimonianze di oltre venti lavoratori, avrebbero documentato lo sfruttamento di persone in condizioni di fragilità economica, tra cui una giovane madre e alcuni minorenni. Contestati anche presunti episodi di umiliazione, l’obbligo di lavorare durante la malattia e il controllo costante tramite le telecamere installate nel locale.

Secondo gli investigatori, i dipendenti sarebbero stati costretti a firmare false dichiarazioni di assenza per giornate in realtà lavorate, consentendo così di ridurre il costo del personale. Il meccanismo avrebbe prodotto un’evasione contributiva nei confronti dell’Inps superiore a 76mila euro. Contestato anche l’impiego stabile di un lavoratore completamente in nero.

Al termine delle verifiche sono state elevate sanzioni amministrative per 6.680 euro e notifiche di diffida per oltre 140mila euro, somme che, secondo gli accertamenti, corrisponderebbero alle retribuzioni non corrisposte ai dipendenti.

Il giudice ha scelto di applicare il controllo giudiziario, previsto dalla normativa sul caporalato, anziché il sequestro dell’attività, così da impedire la prosecuzione delle presunte condotte illecite senza interrompere l’attività del locale e salvaguardando l’occupazione.

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