L’associazione fondata nel 2010 diventa ETS e riparte con un direttivo rinnovato guidato da Claudio D’Amario, ex direttore del Dipartimento Sanità della Regione. Paolo Angelucci tesoriere, Alessandro Della Sciucca vice-presidente. Nove gruppi di lavoro, nove incontri fino al 2028, il primo a settembre
PESCARA – C’è una frase che in ospedale gira come una moneta fuori corso, e che tutti continuano a spendere: «Abbiamo sempre fatto così». La si sente nei corridoi, in sala operatoria, davanti a un computer che sembra uscito dal 2004. La si sente soprattutto quando qualcuno prova a spostare qualcosa di un centimetro, e qualcun altro gli risponde che no, lascia stare, qui funziona così.
Da questa frase è ripartita ufficialmente, la scorsa sera a Pescara, l’associazione Amico Medico. Un filmato di apertura ha messo in fila senza retorica quello che dentro gli ospedali italiani accade ogni giorno: buone idee messe a tacere, persone motivate che a forza di sentirsi rispondere che disturbano smettono di proporre, la lenta erosione di un sistema che non crolla in un colpo ma si sgretola a ritmo quotidiano. Paolo Angelucci, oggi tesoriere del nuovo direttivo e animatore storico del gruppo, ha aperto la serata ricordando il percorso partito nel 2010 insieme allo psichiatra Sabatino Trotta, scomparso nel 2021: gli incontri tra medici primari e cittadini, il premio letterario dedicato al rapporto fra medico e piccolo paziente, i riconoscimenti annuali al «medico amico», il progetto «La sanità incontra la scuola» che portò nelle classi di Pescara nomi di peso della medicina ospedaliera. Poi la pandemia ha fermato quasi tutto.
La ripartenza passa ora dalla trasformazione in Ente del Terzo Settore, passaggio che consente all’associazione di accedere al cinque per mille e di candidarsi ai bandi nazionali. Alla presidenza, per i prossimi tre anni, c’è Claudio D’Amario: medico internista, esperienza ai vertici della prevenzione sanitaria al Ministero della Salute, sette anni alla guida della Asl di Pescara, commissario per il rientro dei disavanzi in Campania, e fino al settembre 2024 direttore del Dipartimento Sanità della Regione Abruzzo. Una biografia che dà il tono alla missione che si è dato il nuovo direttivo: fare dell’associazione un luogo di pensiero che provi a scuotere la società civile e le imprese sul tema sanità, senza aspettare che lo scuotimento arrivi dalle istituzioni.
La scelta di rivolgersi alla società civile prima che alle istituzioni non è stata retorica. In sala, la scorsa sera, sedevano alcuni fra i nomi più importanti dell’imprenditoria abruzzese: Luca Tosto, Gianfranco Falcone, Enio Barbarossa. Una presenza che D’Amario ha voluto leggere in controluce: nel mondo produttivo l’innovazione è esistenziale, senza innovazione l’impresa non sopravvive. La sanità, ha aggiunto, quell’ovvietà l’ha persa da tempo, e ha bisogno di interlocutori che la rimettano al centro.
La lunga relazione di D’Amario ha dato all’evento la sua spina dorsale. Il ragionamento parte da un dato. Nel 2023 l’Italia ha speso per la sanità pubblica 3.574 dollari pro capite, contro una media dei paesi europei dell’area OCSE di 4.470 dollari: un divario che vale 807 euro a cittadino e si traduce, secondo i calcoli della Fondazione GIMBE su dati OCSE, in oltre 47 miliardi di minori investimenti l’anno. L’Italia resta sotto la Repubblica Ceca e davanti solo a Spagna, Portogallo, Grecia e ai paesi dell’Est. Dal 2010, ha ricordato il nuovo presidente, i governi che si sono succeduti hanno tagliato o congelato la spesa, e il gap con l’Europa è cresciuto ogni anno. La parentesi pandemica ha portato risorse ma non ha cambiato il disegno, e anzi ha fotografato con brutalità le regioni rimaste a un modello organizzativo vecchio di un quarto di secolo. Il paragone con gli Stati Uniti, ha aggiunto, serve a smontare l’equazione «più soldi uguale più salute»: oltreoceano si spendono quasi 15 mila dollari pro capite e l’aspettativa di vita è di 78 anni, inferiore di diversi anni a quella dei paesi europei comparabili. Il punto non è la quantità del finanziamento, ma il modello di governance.
Da qui il ragionamento è entrato nella sala macchine. Il Titolo V della Costituzione ha prodotto «almeno quattro velocità regionali» e durante il Covid ha reso quasi impossibile imporre comportamenti uniformi in un Paese dove, ogni giorno, quindici milioni di persone si spostano fra regioni diverse per lavoro. La mobilità sanitaria passiva, il paziente cronico parcheggiato in ospedale a oltre tremila euro al giorno perché non c’è una dimissione protetta, venti strutture di anatomia patologica in Abruzzo con troppi pochi medici refertanti, una logistica sanitaria che nessuno misura e che, su un servizio regionale da 2,5 miliardi, può significare fino a 180 milioni bruciati ogni anno tra scaduti e dispersi. Il fascicolo sanitario elettronico è «vuoto», ha detto D’Amario, perché le piattaforme diagnostiche, i referti dei medici di famiglia e le immagini non ci vengono riversate. L’intelligenza artificiale è utilizzata dal 7% delle imprese private e da meno del 2% del settore pubblico. La chirurgia in realtà aumentata, che in Repubblica Ceca è ormai di routine in ospedali pubblici di trent’anni fa, qui resta un’eccezione. Una delle slide proiettate ha però fissato un paletto politico: l’esistenza degli sprechi non può diventare l’alibi per non aumentare il Fabbisogno Sanitario Nazionale. Sono due questioni distinte, ha insistito il nuovo presidente, e vanno affrontate in parallelo.
C’è poi l’orizzonte demografico, che impone di riscrivere il disegno del servizio sanitario. Le proiezioni proiettate in sala indicano che gli ultranovantenni italiani, oggi poco meno di un milione, saranno circa 2,2 milioni nel 2070. Non è una cattiva notizia in sé — la medicina e la prevenzione funzionano — ma cambia radicalmente la domanda di salute. Nei prossimi vent’anni, ha spiegato D’Amario, si passerà dalla diagnosi alla presa in carico: non tanto capire la malattia, quanto accompagnare persone con più patologie croniche a vivere bene e attive il più a lungo possibile. Significa spostare il baricentro fuori dall’ospedale, nelle strutture territoriali e a domicilio, significa investire sull’ospedale virtuale e sulla telemedicina, significa far sì che negli ospedali grandi entri solo il paziente che davvero non si può curare altrove. Oltre sessanta milioni di decessi all’anno nel mondo sono riconducibili alle malattie croniche degenerative — cardiovascolari, oncologiche, diabete, respiratorie, malattie mentali, abuso di sostanze — e la maggior parte delle nazioni investe quote inadeguate in prevenzione e in educazione sanitaria a scuola e nei luoghi di lavoro.
Il nuovo direttivo riflette questo approccio per competenze. Al fianco di D’Amario alla presidenza, il direttivo è composto dal vice-presidente Alessandro Della Sciucca, gastroenterologo, dal tesoriere Paolo Angelucci e dai consiglieri Marzia Nieddu, biologa molecolare, e Ciro Montemitro, medicina legale. Intorno al presidente si è coagulato un comitato scientifico composto da chirurghi oncologici, pediatri allergologi, ginecologi esperti di procreazione assistita, radiologi interventisti, cardiologi emodinamisti, infettivologi, odontoiatri, economisti sanitari. I nove gruppi di lavoro coprono chirurgia oncologica, medicina preventiva, robotica, medicina di genere, formazione e ricerca clinica, comunicazione, diagnostica interventistica avanzata, sostenibilità, networking professionale e istituzionale. Ciascuno avrà il compito di costruire un incontro: nove appuntamenti distribuiti da qui al 2028, uno ogni tre mesi, con invitati italiani e internazionali. Il primo è in calendario per settembre.
A chiudere la serata è stato il professor Leonardo Mastropasqua, ordinario di Oftalmologia all’Università d’Annunzio, che ha ringraziato D’Amario per aver consentito, quando dirigeva la Asl di Pescara, l’arrivo nella sanità pubblica della chirurgia oftalmica robotica, oggi riconosciuta come polo nazionale di alta tecnologia certificato e deliberato a livello ministeriale. Ha parlato della miopia come di un’epidemia in arrivo, con proiezioni che indicano come entro dieci anni potrebbe riguardare metà della popolazione per effetto di tablet e schermi, e del fatto che con le nuove tecnologie si può prevenire e trattare in maniera radicalmente diversa rispetto a dieci anni fa. Il passaggio era, in fondo, la migliore illustrazione possibile della tesi portata avanti nella sala: le risorse servono, ma la differenza la fa chi decide di metterle al lavoro dentro il sistema pubblico, adesso e bene. Perché in fondo è questo il punto, ed è quello che dice il nome stesso dell’associazione: un amico medico, nella vita, dovrebbe averlo chiunque.