Sarah e Alisya, i legali dei tre indagati rinunciano al riesame

30 Giugno 2026
2 minuti di lettura
Sarah Alisya Civitella Alfedena

Accusa di sequestro aggravato per la madre, il nonno e il compagno. I legali accettano le misure: «Si sono assunti la responsabilità, ora faremo valutazioni»

SULMONA – Restano saldi i provvedimenti cautelari per i tre familiari delle due sorelline ritrovate a Formia, nascoste nell’abitazione di una lontana parente, dopo due settimane dal loro allontanamento dalla casa famiglia di Civitella Alfedena.

I legali degli indagati hanno annunciato che non presenteranno alcuna richiesta al Tribunale del Riesame. Infatti, dopo gli interrogatori di garanzia e la convalida dell’accusa di sequestro di persona aggravato in concorso, per la madre delle minori, Valentina D’Acunto, per il suo compagno Vincenzo Esposito e per il nonno materno Marco D’Acunto, sono scattati l’obbligo di dimora nella provincia di Latina e l’obbligo di firma due volte al giorno presso i carabinieri.

«Nessuna volontà di chiedere il riesame», ha confermato l’avvocato Enrico Mastantuono, difensore della madre, spiegando che la decisione è stata presa d’intesa con il collega Luca Cupolino, legale di Esposito e del nonno, aggiungendo poi: «Manteniamo fede a quelle che sono state le intese d’udienza. Difendo narcotrafficanti, spacciatori, figuriamoci se ho paura di difendere una mamma. La vicenda può lasciare dolore, ma non sta a noi giudicare».

Dietro la strategia processuale emerge però una vicenda complessa, intrisa di dramma familiare e tensioni legali analizzate con durezza dall’avvocato Cupolino, il quale, nel fare il punto sulla situazione dei tre indagati, non ha usato mezzi termini per descrivere lo sfondo in cui è maturata la vicenda, tracciando un parallelo forte e provocatorio con le dinamiche del caso della “famiglia del bosco”.

«Valentina D’Acunto è una signora che è finita in un carnaio e ha reagito male. Ha tenuto una condotta sbagliata, lo ha riconosciuto e non c’è giustificazione per quanto accaduto. Ma io dico che non si può ignorare, da un punto di vista umano e morale, il contesto in cui si è trovata, che non è diverso da quello che si vede nella ‘famiglia del bosco’: un contesto di diritto civile italiano che a volte sembra rispondere a logiche di natura diverse dalla tutela dei minori».

Il fulcro della disperazione della madre risiederebbe, secondo la ricostruzione della difesa, nei passati e traumatici interventi del Tribunale civile di Cassino, in un quadro dove i tre indagati non vengono descritti come malavitosi ma come persone spinte dall’esasperazione.

A questo proposito Cupolino ha chiarito: «Non stiamo parlando di criminali di professione che sequestrano bambini», evidenziando i precedenti legali che avevano già visto la donna subire provvedimenti ablatori drastici, fino ad arrivare al distacco forzato di tre anni fa, quando le istituzioni erano intervenute direttamente a scuola per prelevare le ragazze e trasferirle in comunità in modo coatto, ed è proprio in questo clima di profonda frattura emotiva e istituzionale che la madre e i suoi familiari avrebbero agito.

Nonostante il contesto esasperato, i legali assicurano che i tre indagati hanno mostrato piena consapevolezza dell’illegalità del loro gesto e nel corso dell’interrogatorio si sono assunti la totale responsabilità, mostrandosi mortificati e chiedendo formalmente scusa. Eppure, sul fronte della madre, la scarcerazione ha portato con sé un pesante silenzio, tanto che l’avvocato Mastantuono ha riferito di non averla più sentita dopo la scarcerazione: «Valentina non ha più nulla da dire, non mi comunica nulla. E non abbiamo ancora affrontato il discorso dell’imbarazzo che c’è stato».

Il riferimento del legale è a poche ore prima del blitz, quando la donna gli aveva chiesto di farsi portavoce del timore che le ragazze fossero morte, con affermazioni drammatiche poi totalmente smentite dagli sviluppi dell’inchiesta che portò al ritrovamento delle minori.

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