Il primo cittadino: “Processato per aver tutelato salute e ambiente. Le mie ordinanze sono state ritenute legittime dal Tar e dal Consiglio di Stato”
POGGIOFIORITO – Il sindaco di Poggiofiorito finisce a processo per due ordinanze firmate “a tutela della salute pubblica e dell’ambiente” contro un sansificio che da anni è al centro delle proteste dei residenti. “Non ho mai preso neanche una multa stradale, e ora vengo rinviato a giudizio per aver fatto il mio dovere di amministratore”, è lo sfogo del primo cittadino, alla guida di un paese di circa 700 abitanti, che rivendica la legittimità dei provvedimenti adottati e invita l’opinione pubblica a riflettere sul ruolo dei sindaci definiti spesso “di frontiera”.
Al centro della vicenda c’è il sansificio che da oltre dieci anni opera alle porte del paese, a circa 500 metri dal centro abitato, in un’area dove si trovano anche asilo nido e scuola dell’infanzia. L’impianto, che produce biomassa mediante essiccazione di sansa vergine, è da tempo accusato dai residenti di emettere in atmosfera sostanze maleodoranti e moleste, con miasmi, fumi e odori ritenuti insopportabili e potenzialmente nocivi per la salute. Una relazione della Asl del 2019 cita, tra le sostanze volatili, eptanale e 4-etilfenolo, classificati come irritanti per occhi, pelle e apparato respiratorio. A queste si aggiungono le emissioni di monossido di carbonio (CO) e di carbonio organico totale (COT), associati rispettivamente a rischi per la salute e a un forte impatto olfattivo percepito dai cittadini come “puzza di sterco”.
Secondo quanto ricostruisce il sindaco, la società che gestisce l’impianto è già stata in passato al centro di procedimenti per violazioni ambientali e il legale rappresentante è stato nuovamente rinviato a giudizio per reati contro l’ambiente, anche per fatti commessi nel periodo di vigenza delle ordinanze comunali. Nonostante ciò, l’azienda si è costituita parte civile nel procedimento a carico del primo cittadino, chiedendo un risarcimento danni per gli effetti delle due ordinanze di chiusura dell’impianto.
Le due ordinanze sono nate da un quadro ritenuto critico da più fronti: esposti dei cittadini, sopralluoghi, segnalazioni di malori, certificati medici e rilievi tecnici di Arta e Regione. La Regione Abruzzo aveva evidenziato il pericolo per la salute della popolazione derivante dalle emissioni odorigene, mentre l’Arta aveva segnalato, fra l’altro, il superamento dei limiti di emissione del monossido di carbonio e l’assenza, in una prima fase, del parere sanitario. Accanto al Comune, da anni è attivo un comitato di residenti che si batte per la tutela della salute e di un ambiente considerato ormai compromesso dalla presenza dell’impianto.
Il sindaco contesta anche il percorso giudiziario che ha portato al rinvio a giudizio. In un primo momento, una denuncia per abuso d’ufficio presentata dall’amministratore dell’azienda era stata archiviata, con richiesta accolta della Procura. Successivamente, una nuova denuncia per la stessa ordinanza ha portato a nuove indagini e, questa volta, alla richiesta di processo, nonostante – osserva il primo cittadino – sarebbe stato necessario un passaggio autorizzativo del giudice per le indagini preliminari per poter riaprire il fascicolo sulla medesima vicenda.
Nel mirino della Procura c’è anche la ricostruzione dei sopralluoghi e delle segnalazioni: in alcune relazioni dei Carabinieri e dell’Arta non sarebbero stati riscontrati odori molesti nelle giornate indicate, elemento che, secondo la difesa, non coincide con le date né con l’oggetto dei controlli effettuati. D’Alessandro sottolinea che i tecnici chiamati a verificare l’impianto non erano incaricati di valutare le emissioni odorigene e che diversi accertamenti sono stati comunicati al Comune a distanza di oltre un mese, quando le ordinanze erano già state adottate.
La seconda ordinanza, spiega ancora il primo cittadino, sarebbe stata addirittura sollecitata dalla Asl, che durante un intervento sul posto avrebbe riscontrato una situazione giudicata “ben oltre il limite della normale tollerabilità” e potenzialmente pericolosa per la salute pubblica. I funzionari, tuttavia, non avrebbero potuto completare gli accertamenti a causa dell’impedimento opposto da un operaio, circostanza che ha contribuito ad aggravare ulteriormente il clima di scontro tra istituzioni, azienda e territorio.
Tra le contestazioni mosse al sindaco c’è anche il presunto concorso nella falsificazione di certificati medici presentati dai cittadini per documentare i malori legati ai miasmi. Un’ipotesi che la difesa definisce giuridicamente infon il primo cittadino, sottolinea il legale, non avrebbe attestato alcuna veridicità del contenuto dei certificati, che rientrano nella sfera di responsabilità del medico che li redige. “Secondo questa ricostruzione – è l’amara considerazione del sindaco – dovrei essere una sorta di super perito, in grado di certificare se la sintomatologia riportata dai medici corrisponda o meno al vero”.
A rendere la vicenda ancora più paradossale, agli occhi dell’amministratore, è il fatto che gli stessi certificati medici e le segnalazioni dei cittadini hanno contribuito a sostenere il sequestro dell’impianto disposto dall’autorità giudiziaria, mentre le ordinanze comunali sono state ritenute legittime dal Tar di Pescara e, in sede successiva, dal Consiglio di Stato.
“Si parla tanto di sindaci di frontiera a tutela del territorio”, osserva il primo cittadino, richiamando implicitamente il dibattito nazionale sul ruolo degli amministratori locali di fronte alle emergenze ambientali e sanitarie. La sua riflessione si allarga poi al funzionamento della giustizia penale, ricordando l’obbligo del pubblico ministero di svolgere indagini “a 360 gradi”, anche a favore dell’indagato, come prevede l’articolo 358 del codice di procedura penale. “Non è solo una questione di diritto, ma di civiltà”, afferma, sostenendo che in questo caso “le ruote della Procura hanno girato troppo”, fino a trasformare in imputato chi rivendica di aver difeso la propria comunità.
Nel suo racconto, il sindaco chiude con un riferimento letterario a “Fontamara” di Ignazio Silone, rifiutando l’idea che i cittadini di Poggiofiorito siano relegati al ruolo di “cafoni” in fondo alla scala sociale, dopo Dio, il principe, le guardie e persino i cani.