Settant’anni fa in Belgio la tragedia dove persero la vita 60 minatori abruzzesi. Furono 262 complessivamente le vittime: un pensiero per il più solo e dimenticato
La prima volta che ho letto l’elenco dei morti di Marcinelle, mi si è posato lo sguardo sulle vittime che erano le uniche della loro nazionalità: un olandese, un inglese, un russo, un ucraino. Ho pensato a quanto possa essere stato terribile, in quell’istante, non solo morire in quel modo tremendo e disumano, ma farlo anche così soli. Senza una persona a fianco che potesse comprendere il tuo ultimo grido, l’ultima disperata e inutile richiesta di aiuto, l’ultima preghiera o l’ultima bestemmia. O l’ultima illusione di poter affidare un pensiero per una persona cara.
L’olandese, Jan Humberto Stroom, tornava ogni fine settimana da moglie e figli, che raggiungeva tutte le settimane. All’inglese, George Waldron, volendo sarebbe bastato poco per tornare dove era nato. Il russo, Martin Ivanov, viveva con cinque cugini. Come l’ucraino, si era rifiutato di tornare in Unione Sovietica, ben sapendo della probabile sorte che attendeva gli ex prigionieri di guerra.
L’ucraino si chiamava Ivan Volochyn, Woloschyn per l’anagrafe belga. Nome comune dalle sue parti, una specie di “Mario Rossi” a Hradenytsi, un villaggio rurale affacciato sul Dnestr nella regione di Odessa: oggi sul confine con la Moldavia, meno di cinquemila abitanti, più o meno come nel 1921. È l’anno in cui nasce Ivan: guerra civile da poco finita, la nuova Urss da costruire, il dramma dell’Holodomor che ne avrebbe segnato l’adolescenza.
Poteva essere finito in quest’altra parte d’Europa per due motivi: rastrellato dopo l’annessione alla Romania e destinato al lavoro coatto in Germania o in un altro territorio occupato; oppure fatto prigioniero, se combatteva nell’Armata Rossa. Poco cambiava per chi tornava nella Russia di Stalin dopo la guerra. Ivan Voloshyn, cittadino sovietico, entrò nella categoria displaced persons, una via di mezzo tra profughi ed esuli politici. Gente a cui nessuno stendeva tappeti rossi, ma a cui comunque il Belgio offriva diritto di residenza in cambio dell’impegno a lavorare per un certo periodo di tempo nelle miniere della Vallonia. Il Bois du Cazier era una di queste. E sicuramente meglio delle catene in Russia.
Ivan Voloshyn non era sposato. Probabilmente viveva solo: nessuno infatti è stato in grado di fornire una sua foto, effetti personali, dettagli sulla sua vita, documenti. Abitava a Fontaine-l’Évêque, negli alloggi con poche pretese a una dozzina di chilometri dalla miniera. Una mezz’oretta di bus all’epoca. Quella mattina di settant’anni fa, prima dell’alba, qualche parola in francese con qualcuno l’avrà scambiata. Magari anche in russo con Martin Ivanov.
Per quanto si possa parlare alle sei di mattina prima di scendere in una miniera. Il resto della storia è noto. Un paio d’ore sotto terra a spaccare carbone con la faccia nera e poi l’incidente. E l’incendio, le fiamme, l’agonia. Le ultime grida disperate nel buio, l’ultima parola, forse l’ultimo abbraccio. Chi ha potuto con un amico d’infanzia, un compare, un conoscente di paese, un connazionale qualsiasi. L’ultima vana speranza. E alla fine l’ultimo pensiero, a casa o a chissà chi, e l’ultimo respiro.
Poi laggiù quei minatori sono morti tutti così: soli in fondo all’inferno. Ivan è morto più solo di tutti. Senza una casa vicina né un posto in cui un giorno tornare anche solo per rivederlo. E senza neanche un orecchio, nella foga dell’addio a questo mondo, per ascoltare l’ultima bestemmia o l’ultima preghiera. A Hradenytsi, se di parenti o amici ne aveva ancora, nessuno li ha avvertiti. Lì, per lo Stato, già non esisteva più. Lì, sul Dnestr, nessuno ha pianto per lui. Sulla sua tomba a Marcinelle oggi non c’è neanche una foto. Allora, se passate di lì, lasciatelo un fiore sulla tomba di Ivan Voloschyn.