Il trombettista porta sul palco dell’Auditorium Flaiano “Kind of Lives”, viaggio tra le anime del genio americano tra improvvisazione, memoria e nuove visioni sonore
PESCARA – Si alza stasera il sipario sulla 54esima edizione del Pescara Jazz, il festival diretto da Angelo Valori e organizzato dall’Ente manifestazioni pescaresi, che fino al 19 luglio propone, tra l’Auditorium Flaiano e il Porto turistico, grandi interpreti internazionali, nuove sonorità e omaggi ai giganti del Novecento.
Ad aprire la manifestazione, nel concerto in programma alle 21:15 al Flaiano, è Paolo Fresu con “Kind of Lives” (biglietti sul circuito CiaoTickets; al botteghino dalle 19 alle 22; info 342.9549562). Estratto in parallelo dall’idea dello spettacolo teatrale “Kind of Miles”, che tanto successo ha riscosso nelle ultime stagioni, “Kind of Lives” è la versione prettamente concertistica della splendida dedica al grande Miles Davis voluta da Fresu.
Sul palco con Fresu ci sono grandi nomi della musica contemporanea: Dino Rubino alle tastiere, Bebo Ferra alla chitarra, Filippo Vignato al trombone e all’elettronica, Marco Bardoscia al contrabbasso, Federico Malaman al basso elettrico, Stefano Bagnoli e Christian Meyer alla batteria. Una “squadra” suddivisa da Fresu in due ensemble: uno acustico, idealmente riferibile al jazz di Baker e al primo storico Davis, e l’altro elettrico verso gli altri retaggi “modernisti” che collegano le scelte del Miles Davis “elettrico” con progetti di Fresu come ad esempio “Heroes”, l’omaggio a David Bowie.
I musicisti in scena collaborano da sempre con Fresu, ne condividono i palcoscenici e sono partecipi alla scrittura collettiva intessuta di ampi spazi di improvvisazione misti a interpretazioni di cover mutuate dal repertorio davisiano. Peculiare è inoltre la scelta della doppia batteria che, anche in questo caso, evidenzia le “volontà live” di Fresu che guardano da un lato a una parte più storicamente jazzistica, e dall’altra verso il lato progressivo della stessa materia.
Lavorare su Miles o, meglio, attorno allo stile di Davis, è una scelta per certi versi pericolosa, che solo pochi nomi del jazz di oggi possono permettersi: il risultato, certificato dai successi di vendita dell’opera discografica e dalle repliche dello spettacolo teatrale, è ora sotto gli occhi di tutti.
