L’Apocalisse di Dürer nella Capitale della Cultura, riletta dal sisma del 2009

22 Giugno 2026
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A Palazzo Benedetti fino al 10 luglio, ventidue grandi disegni in tecnica mista di Sandro Arduini dialogano con le xilografie del 1498. Curatela di Antonio Gasbarrini, lettura critica affidata ad Antonio Congeduti, già storico aiutante di Luigi Guardigli

L’AQUILA – C’è un filo che corre sotto il calendario dell’Aquila Capitale italiana della Cultura, e non è quello delle grandi mostre nazionali che il calendario del 2026 sta concentrando in queste settimane in città. È un filo più locale, e per certi versi più antico: parte da una bottega di via Pretatti, dove negli anni Novanta Luigi Guardigli aveva acceso il torchio calcografico, alle sale di Palazzo Benedetti, dove dal 21 giugno Sandro Arduini espone “Apocalisse”, la sua personale dedicata alle xilografie di Albrecht Dürer del 1498.

È lo stesso filo, perché è la stessa rete. Cura di Antonio Gasbarrini, che nel 2005 aveva firmato anche la mostra di Guardigli alla Carispaq. Lettura critica affidata ad Antonio Congeduti, che a Guardigli era stato per anni l’aiutante in bottega e oggi consegna alla mostra di Arduini il suo testo di apertura.
La mostra, promossa dall’Associazione culturale italo-tedesca “Gli Amici di Rottweil”, è inserita nel cartellone ufficiale della Capitale. Resta aperta fino al 10 luglio, con orario dalle dieci alle tredici e dalle sedici alle venti.

L’allestimento è “site-specific”: ventidue disegni di grandi dimensioni, alcuni superiori al metro e mezzo per oltre due, sospesi alle travi di castagno del soffitto, realizzati a tecnica mista a partire dal 2009, l’anno del sisma. Dopo il 6 aprile lo studio di Arduini rimase per sedici anni avvolto nel buio; quei lavori, racconta, ritornati dalla polvere non gli sembrano nemmeno suoi. Queste tele non vedevano la luce da sedici anni; nel rapporto con Dürer trovano la propria cornice storica.

Le quindici xilografie originali dell’Apocalypsis cum figuris, stampate al torchio nel 1498, hanno un peso specifico nella storia dell’arte europea. Furono la prima opera a stampa progettata e pubblicata in proprio da un artista, che ne ideò le immagini e, secondo la tradizione, ne incise personalmente le matrici lignee. La pubblicazione uscì in doppia edizione, latina e tedesca, e introdusse anche una soluzione editoriale destinata a fare scuola: illustrazione a piena pagina sul fronte, testo sacro sul retro.

Quando Arduini, oggi, ne trascrive le scene a matita su grandi fogli di tecnica mista, sta riprendendo a mano un gesto che cinque secoli fa fu la prima dichiarazione d’indipendenza dell’artista dall’editore. Lo fa, scrive Congeduti, “in una elaborazione certosina, quasi minuziosa, sorretta però da linee portanti che muovono figure, diavoli, angeli e corpi umani nella ricerca di nuove spiagge sulle quali l’umanità dovrà approdare”.

A leggere il senso del lavoro è Congeduti, che nel testo critico della mostra ricostruisce l’arco fra Dürer, il libro di Giovanni e il 6 aprile aquilano. “Il terremoto alle 3,32 per Sandro Arduini è l’Apocalisse”, scrive: “le urla di paura e di rabbia sono le urla e la rabbia degli aquilani”. L’Apocalisse di Giovanni, l’opera di Dürer e l’interpretazione intuitiva del sisma, prosegue, sono poste in una relazione dialettica che rilancia “l’idea di un’attesa per ciò che la natura può offrire al di là della siepe, al di là degli orizzonti della conoscenza”. In questa cornice l’Apocalisse diventa, nelle parole di Congeduti, “una meta in un divenire” che proietta oltre.
La cornice è apertamente hegeliana. Per Congeduti l’arte “esprime l’Assoluto attraverso l’intuizione sensibile; la mano dell’artista informa il concetto, è il momento in cui l’autocoscienza coglie il noumeno”. In questa mostra, scrive ancora, “la forma si sposa con l’installazione”: le grandi tele appese alle travi di castagno indicano “un possibile trapasso, un trapasso che si fa futuro”. È, in fondo, quello che L’Aquila nel suo anno-vetrina sta provando a raccontare di se stessa: una città che riapre le porte ai grandi prestiti internazionali e che insieme riconvoca i propri artisti dal silenzio dei sedici anni precedenti.
La mostra rimane visitabile a Palazzo Benedetti, in via Sassa 15, fino al 10 luglio. Nel frattempo, il 27 giugno, al MuNDA arriva da Madrid la Visitazione di Raffaello, attesa in città da quattro secoli.

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