Una ricerca pubblicata sul Journal of Physiology mostra che immersioni in apnea e con autorespiratore possono generare edema polmonare lieve, stress vascolare e riduzione dello scambio di ossigeno. Lo studio, coordinato dal professor Gerardo Bosco dell’Università “Gabriele d’Annunzio”, è stato finanziato dall’Office of Naval Research del Dipartimento della Difesa USA
CHIETI – Le immersioni profonde, sia in apnea sia con autorespiratore, possono provocare alterazioni misurabili dello scambio gassoso, segni di stress della parete vascolare e forme di edema polmonare lieve. È la conclusione di un ampio studio internazionale pubblicato sul Journal of Physiology, che apre nuove prospettive nella prevenzione dei rischi più temuti dai subacquei: l’edema polmonare da immersione e la sincope ipossica in risalita.
La ricerca, durata due anni e finanziata dall’Office of Naval Research – Department of Defence USA, è stata coordinata dal professor Gerardo Bosco, docente del Dipartimento di Medicina e Scienze dell’Invecchiamento dell’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti‑Pescara, in collaborazione con l’Università di Padova e altri partner internazionali. Le attività si sono svolte in tre diverse location marine italiane, dove per la prima volta sono stati effettuati prelievi arteriosi in profondità, associati a ecografie polmonari in mare aperto, su un campione numeroso di subacquei e apneisti.
I dati raccolti mostrano che la pressione dell’acqua spinge il sangue verso il torace, aumentando il carico sui capillari polmonari. Se questo valore supera una soglia critica, il liquido può filtrare nei tessuti, generando edema. Nelle immersioni con autorespiratore, l’aumento dell’ossigeno in profondità migliora temporaneamente l’ossigenazione, ma può accentuare lo stress polmonare. Negli apneisti, invece, il momento più critico è la risalita: la pressione cala rapidamente e l’ossigeno nel sangue può crollare in pochi secondi, provocando ipossia e perdita di coscienza, spesso senza segnali premonitori.
«La comprensione delle interazioni polmone‑ambiente durante le immersioni in mare aperto rimane limitata. In questo studio a nome Unipd e Unich – spiega il Professor Gerardo Bosco – abbiamo integrato l’emogasanalisi arteriosa subacquea e in superficie, l’ecografia polmonare e i marcatori del glicocalice endoteliale (sindecano‑1, eparan solfato) per quantificare le perturbazioni dello scambio gassoso e lo stress polmonare in subacquei SCUBA e in apnea».
I risultati confermano che, dopo immersioni profonde, possono comparire edema polmonare lieve, riduzione dell’efficienza nello scambio di ossigeno e segni di stress vascolare. Un quadro che aiuta a comprendere meglio i limiti fisiologici dell’organismo umano in profondità e che potrà contribuire a migliorare protocolli di sicurezza, formazione e prevenzione per subacquei sportivi e professionisti.