Il 43enne, in semilibertà dal 2025, è deceduto dopo uno scontro frontale con un’auto dei carabinieri al confine tra Città Sant’Angelo e Silvi. Lo scooter non si sarebbe fermato all’alt e, durante la fuga, avrebbe invertito la marcia prima dell’impatto. Traffico in tilt, indagini affidate alla Procura di Teramo
PESCARA – L’inseguimento è durato pochi minuti, ma si è concluso nel modo più drammatico. Massimo Ciarelli, 43 anni, l’uomo che nel 2012 uccise il tifoso del Pescara Domenico Rigante, è morto ieri sera in un incidente stradale avvenuto al culmine di una fuga dai carabinieri, al confine tra Città Sant’Angelo e Silvi. Secondo le prime ricostruzioni, lo scooter su cui viaggiava non si sarebbe fermato all’alt dei militari, dando il via a un inseguimento partito da Montesilvano e proseguito verso nord. Alla rotatoria tra Città Sant’Angelo e Silvi, i fuggitivi avrebbero invertito il senso di marcia, tentando di superare alcune auto: è in quel momento che il mezzo si è scontrato frontalmente con una pattuglia dei carabinieri che sopraggiungeva dalla direzione opposta. Ciarelli è morto sul colpo; l’altra persona a bordo è stata fermata.
Sul posto sono intervenuti il 118, la Polizia Stradale, la Polizia Locale di Silvi e diverse pattuglie dell’Arma. Il personale sanitario ha tentato a lungo le manovre di rianimazione, ma senza esito. La zona è rimasta paralizzata dal traffico per oltre un’ora. Le indagini sono affidate alla Procura di Teramo.
Ciarelli, appartenente a una famiglia di etnia rom, era noto alle cronache per l’omicidio di Domenico Rigante, ultrà del Pescara Calcio. La sera del 1° maggio 2012, insieme a due cugini, raggiunse un appartamento in via Polacchi dove Rigante si trovava con il fratello gemello e altri tifosi. Quella che fu definita una “lezione punitiva” si trasformò in tragedia: Ciarelli sparò un colpo di pistola che colpì Rigante al gluteo, ferita che si rivelò fatale. Condannato inizialmente a 30 anni, vide la pena ridursi a 17 anni dopo l’annullamento dell’aggravante della premeditazione da parte della Cassazione e la successiva rimodulazione della Corte d’assise d’appello di Perugia nel 2017.
Dal 2025 era in semilibertà: lavorava di giorno e alle 21 doveva rientrare in carcere. La sua posizione, ora, sarà oggetto di accertamenti da parte della magistratura, che dovrà ricostruire le cause della fuga e le dinamiche dell’incidente.
La vicenda riporta al centro dell’attenzione una storia che segnò profondamente la città di Pescara e il mondo del tifo biancazzurro. E apre un nuovo capitolo giudiziario, questa volta legato alla morte dell’uomo che, quattordici anni fa, fu protagonista di uno dei fatti di sangue più discussi della cronaca abruzzese.