Il caso arriva in consiglio comunale. Le opposizioni chiedono quando la maggioranza abbia saputo della vicenda, ma il consigliere resta in silenzio
ISOLA DEL GRAN SASSO – Il silenzio di Emiliano D’Agostino, anche davanti alle domande dirette arrivate in consiglio comunale, è diventato uno dei punti centrali della seduta di ieri a Isola del Gran Sasso. Il caso del consigliere condannato nel 2024 per lesioni all’ex compagna è entrato ufficialmente in aula, dopo giorni di polemiche e richieste di dimissioni.
A prendere posizione è stato ancora una volta il sindaco Giancarlo Di Marco, che ha chiarito di non essere stato a conoscenza della vicenda al momento della composizione della lista. «Lo abbiamo saputo dopo. Emiliano ha commesso una leggerezza, ce lo doveva dire: avremmo fatto indubbiamente considerazioni diverse», ha detto il primo cittadino.
Di Marco ha quindi rinnovato pubblicamente l’invito alle dimissioni, già formulato nei giorni scorsi. Una richiesta motivata, ha spiegato, anche dalla volontà di sottrarre il consigliere a un’esposizione ormai pesante: «Ho chiesto un segno di responsabilità a Emiliano, anche per il suo bene, perché è finito nel tritacarne».
Ma D’Agostino non ha preso la parola. Non lo ha fatto dopo l’intervento del sindaco e non lo ha fatto nemmeno quando le opposizioni hanno chiesto chiarimenti sui tempi e sui modi in cui la maggioranza sarebbe venuta a conoscenza della condanna.
Il consigliere Massimo Di Giancamillo ha chiesto apertamente se la vicenda fosse stata taciuta fino a dopo le elezioni o se qualcuno ne fosse stato informato prima del voto, sottolineando come il peso politico ed etico della questione cambierebbe in base alla risposta. Anche in questo caso però il consigliere D’Agostino è rimasto in silenzio.
A fine seduta è intervenuto anche un cittadino, parente del consigliere D’Agostino, che ha contestato le strumentalizzazioni della vicenda e invitato l’amministrazione a tenere conto del percorso personale del consigliere. Ha chiesto quanto tempo debba passare prima che una persona possa essere reintegrata nella società, ricordando che nel “tritacarne” non finisce solo il diretto interessato, ma anche le famiglie.