Dopo il primo sì della Camera alla legge delega, viaggio nella divisione nucleare della Walter Tosto S.p.A. con il suo direttore, Massimiliano Tacconelli, vicepresidente dell’Alleanza industriale europea sui piccoli reattori modulari
CHIETI – Il 4 giugno la Camera ha approvato in prima lettura la legge delega sul nucleare sostenibile: 155 sì, 86 no, 8 astenuti. Il testo è al Senato e il governo conta di chiudere prima della pausa estiva, con i decreti attuativi entro fine anno. Il voto ha spaccato l’aula, con la maggioranza compatta e le opposizioni contrarie nel ricordo dei due referendum, e il dibattito pubblico resta rovente. Ma mentre la politica discute di ritorno all’atomo, a Chieti Scalo c’è chi non ha mai smesso di lavorarci. La Walter Tosto S.p.A., azienda leader della caldareria pesante che fornisce i grandi progetti dell’energia mondiale, ha una divisione nucleare il cui direttore, Massimiliano Tacconelli, siede da vicepresidente nell’Alleanza industriale europea sui piccoli reattori modulari e rappresenta la filiera nelle associazioni di settore in Italia e in Europa.
La politica parla di “rientro” nel nucleare. Per chi il nucleare lo produce, che significato ha?
“Io sul rientro metto le virgolette, perché se qualcuno mi chiede cosa facciamo già oggi in Italia sul nucleare, sono ben contento di rispondere. Il 24 per cento dell’elettricità europea è di origine nucleare e la filiera vale un milione di posti di lavoro e 100 miliardi di fatturato l’anno. Dentro questa filiera ci sono aziende italiane, e ci siamo noi, a Chieti”.
Al nucleare si obietta sempre due cose: che fa paura e che costa troppo. Lei cosa risponde?
“Con un confronto tra due prodotti nostri, perché tiene insieme costo e sicurezza e mostra con quale severità trattiamo il nucleare rispetto alla chimica ordinaria. Il primo è un contenitore da mille litri per il trasporto di sostanze chimiche, omologato nel 1999: lo riempiamo di acido fluoridrico, il materiale che serve a produrre i telefonini, i monitor, i vetri dei cruscotti delle auto, una sostanza letale al solo contatto con i vapori. Ha un millimetro di parete, costa 1.500 euro, è riutilizzabile, e per certificarlo basta che un esemplare del lotto trattenga il contenuto dopo una caduta da un metro e mezzo. Il secondo è un contenitore per il trasporto e lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi: cento millimetri di parete, un milione e mezzo di euro, non riutilizzabile. Per qualificarlo si simula una catastrofe: viene inclinato a 45 gradi e lanciato da nove metri, fatto ricadere da un metro e mezzo, martellato con pezzi da 500 chili, poi gli si dà fuoco e lo si lascia bruciare per tre ore senza che nessuno possa intervenire. Il requisito è che non esca niente. Uno a cento sugli spessori, uno a mille sul prezzo: a fronte dello stesso rischio di morte, è questa la distanza tra come trattiamo la chimica di ogni giorno e come trattiamo il nucleare. Quando mi chiedono se è sicuro e quanto costa, la risposta sta tutta in quel rapporto”.
E le statistiche le danno ragione?
“Sono i numeri a rispondere. Il nucleare è tra le tecnologie elettriche con meno vittime per terawattora prodotto, Chernobyl incluso: il solare sta a 0,02 e il nucleare a 0,03, e se si contano anche le vittime durante l’installazione dei pannelli il nucleare risulta primo. Quanto ai rifiuti, restano in contenitori come i nostri dentro aree dedicate per decenni, fino al decadimento della radioattività, e ogni fusto ha una doppia posizione GPS: in un deposito nucleare non può mancare all’appello un grammo. L’acido fluoridrico, di cui in Italia movimentiamo ogni anno decine di migliaia di tonnellate, finisce invece in contenitori nelle discariche per rifiuti pericolosi”.
Il 4 giugno la Camera ha approvato la delega. Che cosa cambia per un’azienda come la vostra?
“Cambia che dopo quarant’anni il Paese si ridà una cornice normativa, e una filiera può finalmente pianificare. La delega prevede anche la formazione di tecnici, ingegneri e ricercatori, ed è il punto che ci riguarda di più: il capitale di questo settore sono le competenze. In Europa il PINC, il programma indicativo nucleare della Commissione, stima 241 miliardi di euro di investimenti al 2050 tra estensioni di vita e nuove costruzioni. Per chi produce componenti certificati è una stagione di lavoro lunga decenni, con un’occupazione di qualità che ha un’incidenza superiore a qualsiasi altra tecnologia”.
Lei è vicepresidente dell’Alleanza europea per l’implementazione degli SMR, i piccoli reattori su cui punta la delega. La manifattura abruzzese può entrarci?
“Gli small modular reactor veri sono reattori con potenza media di 300 megawatt, che piccoli non sono affatto. Per la maggior parte è tecnologia ad acqua consolidata, resa più compatta: il vantaggio è che possono essere prodotti in serie e installati più rapidamente. E la produzione in serie di componenti certificati è esattamente il mestiere della caldareria pesante. I microreattori da fantascienza, quelli da tenere vicino casa, esistono solo per usi militari o spaziali: il resto è comunicazione”.
A un lettore che voglia capirne di più, cosa consiglia?
“Due documentari. Uno è su YouTube, si chiama Il nucleare: i dubbi più grossi, del canale Cartoni Morti: dura quattordici minuti e dopo trent’anni passati a studiare il nucleare lo considero il più interessante che abbia mai visto. L’altro è Nuclear Now di Oliver Stone, molto più famoso e decisamente più impegnativo. Poi venite a vedere come si costruisce un reattore: la sicurezza, vista da vicino, fa molta meno paura”.