Perso lo status per 27 enti in regione, il sindaco Vincenzo D’Ercole: “Così si accelera lo spopolamento”
CASTIGLIONE MESSER RAIMONDO – Non è solo una questione formale, ma un passaggio che incide direttamente sul futuro dei territori. Sono circa settanta in tutta Italia – di cui sette abruzzesi – i comuni che hanno deciso di presentare ricorso al Tar del Lazio contro la nuova classificazione dei comuni montani, mentre complessivamente sono un centinaio quelli che si stanno mobilitando.
La revisione, voluta dal ministro Calderoli e approvata dal Consiglio dei ministri a febbraio, ha comportato la perdita dello status di “montano” per 27 comuni abruzzesi. Una modifica che, nella pratica, significa uscire da una serie di condizioni favorevoli, a partire dai finanziamenti statali – circa 200 milioni di euro l’anno a livello nazionale – con effetti che, secondo gli amministratori, rischiano di aggravare ulteriormente il fenomeno dello spopolamento.
In Abruzzo hanno aderito al ricorso, nel Teramano, i comuni di Castellalto, Castiglione Messer Raimondo, Castilenti e Cellino Attanasio; nel Chietino Archi e Roccamontepiano, mentre nel Pescarese Turrivalignani.
Proprio il sindaco di Castiglione Messer Raimondo, Vincenzo D’Ercole, aveva già espresso preoccupazione per le conseguenze della riforma, indicando tre criticità principali. «Il primo è il dimensionamento scolastico – ha spiegato –. Abbiamo già fatto le classi per il 2026-27, ma per l’anno successivo potrebbero essere richiesti nuovi parametri, quelli delle città, come ad esempio il numero minimo di 15 alunni. Questo significa che potremmo avere meno classi».
Ma il nodo, secondo il primo cittadino, è più profondo. «È inutile parlare sempre di aree interne: non è l’etichetta che ci serve, ma il contenuto che questa classificazione rappresenta. Serve per garantire un futuro a questi territori, per continuare ad avere cittadini. Altrimenti finiremo per essere amministratori di noi stessi, perché qui non resterà più nessuno».
Una contraddizione che, sempre secondo D’Ercole, emerge anche nelle politiche pubbliche: «Da una parte lo Stato ci chiede di costruire servizi, mense, poli. Dall’altra ci dà uno schiaffo togliendoci strumenti fondamentali. Così non è più un vantaggio vivere in questi territori».