La decisione è attesa per oggi. I tre minori da cinque mesi in casa famiglia, dal 6 marzo senza la madre
CHIETI – Si decide oggi, ma senza discussione in aula, il futuro della cosiddetta “famiglia nel bosco”. È infatti fissata in forma di trattazione scritta – come previsto dalla riforma Cartabia per alcune procedure civili – l’udienza davanti alla Corte d’Appello sul ricorso presentato dai legali contro il provvedimento che ha disposto l’allontanamento della madre dai tre figli, ospitati da cinque mesi in una casa famiglia a Vasto.
La decisione impugnata risale al 6 marzo scorso, quando il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha stabilito la separazione della donna dai bambini, già allontanati nel novembre 2025 dall’abitazione di Palmoli ritenuta insalubre, ma inizialmente rimasti con la madre. Non è scontato che il collegio depositi il provvedimento già nelle prossime ore.
Nel ricorso, 37 pagine depositate il 18 marzo dagli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, si contesta quella che viene definita una decisione “unilaterale”, basata esclusivamente sulle relazioni dei servizi sociali e non su quella della Asl. Quest’ultima, secondo la difesa, aveva invece indicato la necessità di “favorire e ripristinare” la continuità dei legami familiari. I legali sostengono inoltre che le criticità alla base dell’allontanamento – a partire dalle condizioni dell’abitazione – sarebbero state nel frattempo superate.
Intanto, al Tribunale sono state depositate diverse relazioni di consulenti di parte sulle condizioni dei minori nella struttura di accoglienza. Nell’ultima, lo psichiatra Tonino Cantelmi e la psicologa Martina Aiello parlano di una “sofferenza psicologica significativa e progressiva”, collegata allo sradicamento e alla discontinuità dei riferimenti affettivi. Un quadro che, avvertono gli esperti, potrebbe consolidarsi con effetti duraturi sul piano emotivo e identitario.
Da qui la richiesta, ribadita dai consulenti, di procedere con urgenza al ripristino del nucleo familiare, per interrompere il processo di disgregazione dei legami e prevenire un aggravamento del disagio. Ora la parola passa ai giudici della Corte d’Appello.