Dal 1° al 4 agosto sei artisti espongono al Castello Piccolomini di Capestrano, riaperto a maggio dopo il restauro. La rassegna nasce come omaggio a Luigi Guardigli, l’incisore che negli anni di Picasso lavorò alle sue lastre
CAPESTRANO – Per secoli, ogni settembre, la piana tra Ofena e Capestrano è stata attraversata da un fiume di lana. Il Regio Tratturo L’Aquila-Foggia, duecentoquarantaquattro chilometri, il più lungo dei cinque tratturi regi, scendeva da Collemaggio verso il Tavoliere e risaliva con le prime calure. Sopra quel passaggio, dal 1485, sta il Castello Piccolomini.
Dal 1° al 4 agosto il castello ospita “Sulle vie della transumanza”, aperta ogni sera dalle 17.30 alle 22. Espongono Sandro Arduini, Antonio Rauco, Vittorio Mazzeschi, Angela Sfarra, Mascia Cima e Simona Marziani. Percorsi distanti, dalla figurazione al lavoro tessile, ma accomunati da un nome, quello di Luigi Guardigli.
La transumanza è entrata nel 2019 nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO, su candidatura presentata insieme da Italia, Austria e Grecia. I tratturi erano infrastruttura pubblica, misurata e presidiata, con la Dogana delle pecore di Foggia a incassare i fitti dei pascoli fino al 1806. Parlare di quelle vie significa parlare di economia prima che di memoria.
Il 31 maggio il castello è tornato accessibile dopo i lavori, con la restituzione finale della terza edizione di “Oltre la Scena”. Gli interventi rientrano nel progetto “Le Terre del Guerriero”, parco turistico culturale diffuso finanziato dalla Misura B2.2 del Piano nazionale complementare al PNRR, quella dedicata ai partenariati speciali tra soggetti pubblici e privati. Il partenariato vede insieme, tra gli altri, il Comune di Capestrano, la cooperativa Il Bosso e l’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara. Chi sale trova nell’atrio la riproduzione a grandezza naturale del Guerriero, la statua funeraria vestina del VI secolo a.C. che Michele Castagna riportò alla luce nel settembre del 1934 dissodando la sua vigna. L’originale si trova a Chieti, nella sala allestita da Mimmo Paladino.
Guardigli è morto a Tenerife il 13 aprile scorso, a ottant’anni. Napoletano del 1945, si era diplomato all’Accademia di Belle Arti di Napoli e a ventiquattro anni era già a Parigi. Secondo il critico Antonio Gasbarrini, che ne curò le mostre aquilane, fu Picasso a individuarlo come la persona adatta a lavorare al suo fianco nello studio parigino, tra il 1969 e il 1971, per incidere acqueforti, acquetinte, xilografie e litografie. Rientrato in Italia, collaborò con la stamperia d’arte 2RC di Roma, la casa che aveva stampato Fontana, Burri e Capogrossi, e passò per le lastre di Dalí, Chagall, Miró, Moore e Vasarely. Del torchio calcografico che si fece costruire su misura per l’atelier sosteneva che era il più grande d’Europa quanto a luce di stampa.
Quel torchio lo montò a L’Aquila. Dai primi anni Novanta al terremoto del 2009 tenne operativa in città la sua officina calcografica, insegnando a generazioni di allievi un mestiere che non ammette scorciatoie. In una dichiarazione poetica si definiva “un cronista che al posto della penna impiega pennelli, scalpelli e colori”. Da lì i ritratti di Rimbaud e di D’Annunzio, la rilettura goyesca del sonno della ragione, i nudi e le palme.
Lo stesso mestiere sta dietro il lavoro di chi lo ricorda. Fino al 10 luglio Sandro Arduini ha occupato Palazzo Benedetti, a L’Aquila, con ventidue disegni di grandi dimensioni ispirati all’Apocalisse di Giovanni, molti oltre i tre metri di altezza, in dialogo con le quindici xilografie, riprodotte in catalogo, che Albrecht Dürer fece imprimere al torchio nel 1498.
Il buon vento con cui Guardigli si congedava risale adesso il colle di Capestrano.