Operata già nel 2019 per dissezione aortica, torna in Cardiochirurgia: nuova procedura innovativa e dimissione dopo l’intervento
TERAMO – Due interventi in sette anni, lo stesso reparto, lo stesso esito: la vita salvata. È la storia di Maria Rita Pacifici, 71 anni, dell’Aquila, tornata nel reparto di Cardiochirurgia all’ospedale di Teramo per un delicato intervento sull’arco aortico dopo essere sopravvissuta nel 2019 a una dissezione aortica di tipo A, tra le emergenze cardiovascolari più gravi.
Nel tempo la patologia ha coinvolto in modo significativo l’arco aortico, rendendo necessario un nuovo intervento programmato, ancora più rischioso perché eseguito su una paziente già operata. L’operazione, ad alta complessità anche per la presenza di aderenze, è stata eseguita con successo nei giorni scorsi dai cardiochirurghi Francesco Massi e Augusto Pellegrini.
Determinante il lavoro di squadra che ha coinvolto il Dipartimento diretto da Filippo Santarelli, la Uoc di Anestesia e Rianimazione cardiochirurgica guidata da Marco Cargoni e il personale di sala operatoria, insieme alla collaborazione della Radiologia interventistica diretta da Pietro Filauri.
Elemento innovativo dell’intervento è stato l’utilizzo, per la prima volta in Abruzzo e nel centro Italia, di una protesi ibrida customizzata della piattaforma E-vita Neo Ede, che ha permesso una ricostruzione più precisa dell’arco aortico, riducendo la complessità delle manovre chirurgiche.
Adottata anche la tecnica dell’“aortic balloon occlusion”, che ha evitato l’arresto completo della circolazione: grazie a un pallone inserito nella protesi è stata garantita la perfusione durante l’intervento, senza ricorrere all’ipotermia, con benefici sul decorso post-operatorio.
«Interventi di questo livello confermano la capacità della nostra azienda di affrontare percorsi ad alta complessità», sottolinea il direttore generale della Asl di Teramo Maurizio Di Giosia.
La paziente è stata dimessa dalla Cardiochirurgia e trasferita per la riabilitazione cardiologica all’ospedale di Sant’Omero. «Qui mi hanno salvata due volte – racconta la paziente – Mi sono fidata e ho avuto ragione. Ora sono debole ma sto bene: i miei figli mi chiamano Highlander».