Dattoli (Confindustria Abruzzo Medio Adriatico) critica la proposta di revisione della legge quadro 443/1985: «Valorizzare il vero artigianato sì, ma senza creare zone grigie e squilibri competitivi». Stime: fino a 1 miliardo di euro di impatto annuo e 1,8 milioni di lavoratori coinvolti
PESCARA – La riforma dell’artigianato rischia di aprire più problemi di quanti ne voglia risolvere. È il giudizio netto di Confindustria Abruzzo Medio Adriatico, che esprime «preoccupazione» per l’impostazione della proposta di revisione della legge quadro 443/1985, all’esame del Governo. L’associazione chiede una valutazione approfondita degli effetti sul sistema produttivo, sul mercato del lavoro e sugli equilibri previdenziali, in linea con le osservazioni già avanzate da Confindustria nazionale.
Il nodo principale riguarda l’innalzamento delle soglie dimensionali per il riconoscimento dello status di impresa artigiana, che – secondo Confindustria – potrebbe introdurre «elementi di squilibrio» tra aziende che operano negli stessi mercati e nelle medesime filiere.
«Nessuno mette in discussione il valore dell’artigianato, componente essenziale dell’economia italiana», afferma Lorenzo Dattoli, presidente di Confindustria Abruzzo Medio Adriatico. «Il tema non è impedire alle imprese di crescere. Al contrario: siamo convinti che le aziende debbano essere accompagnate verso una maggiore dimensione, capacità di investimento, innovazione e presenza sui mercati internazionali. È proprio questo il percorso che il Paese deve favorire».
Dattoli risponde anche alle recenti dichiarazioni del presidente di Confartigianato, Marco Granelli: «Trovo improprio sostenere che chi solleva interrogativi sulla riforma sia contrario alla crescita delle imprese artigiane. Chiedere verifiche tecniche e analisi d’impatto non significa fare allarmismo, ma esercitare un doveroso principio di responsabilità».
Il presidente insiste sulla necessità di basare il confronto sui dati: «Se, come sostiene Confartigianato, non esistono rischi per la finanza pubblica, per il sistema previdenziale o per il mercato del lavoro, allora una valutazione trasparente e condivisa degli impatti potrà soltanto rafforzare la qualità del provvedimento».
Dattoli respinge inoltre ogni lettura associativa del dibattito: «Non si tratta di una competizione tra organizzazioni. Il nostro unico interesse è garantire condizioni di mercato equilibrate e omogenee per tutte le imprese. La competitività deve fondarsi su produttività, innovazione, investimenti e competenze, non su differenze normative che alterano la concorrenza».
Le analisi elaborate da Confindustria indicano che l’ampliamento della platea delle imprese artigiane potrebbe generare un impatto superiore a 1 miliardo di euro annui tra minori entrate contributive e fiscali. Sul fronte del lavoro, fino a 1,8 milioni di lavoratori potrebbero essere coinvolti da cambiamenti nei sistemi contrattuali e contributivi.
Per Confindustria, la questione non è la crescita delle imprese artigiane – obiettivo condiviso – ma le modalità con cui tale crescita viene perseguita. L’estensione dei benefici contributivi e contrattuali rischia infatti di creare «zone grigie» e condizioni competitive differenti tra aziende che operano negli stessi mercati e con dimensioni sempre più simili.
«Modernizzare la normativa sull’artigianato è un obiettivo necessario», conclude Dattoli. «Proprio per questo occorre procedere con attenzione, valutando ogni conseguenza economica, occupazionale e previdenziale. Siamo pronti a un confronto costruttivo affinché la riforma sostenga davvero la crescita delle imprese, senza creare incertezze né nuovi squilibri nel sistema produttivo italiano».