Sanità penitenziaria, l’Abruzzo verso la conferma dell’indennità ai medici: nuova delibera in arrivo

25 Marzo 2026
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Monia Scalera

La Regione Abruzzo si prepara a confermare l’indennità aggiuntiva per i medici penitenziari, in attesa dell’Accordo Integrativo Regionale. Decisivo il lavoro della garante dei detenuti Monia Scalera, che ha riunito a Pescara l’assessore Verì e il direttore Odio per sbloccare un nodo rimasto irrisolto. L’obiettivo: garantire continuità assistenziale in un settore fragile e spesso dimenticato

PESCARA – In un ambito delicato e troppo spesso raccontato soltanto quando esplode un’emergenza, arriva dalla Regione Abruzzo un segnale preciso per la sanità penitenziaria; un segnale che porta con sé anche un metodo, fatto di ascolto dei problemi, capacità di attivare i livelli istituzionali competenti e ricerca di soluzioni praticabili. È su questa linea che si colloca l’azione della garante dei detenuti della Regione Abruzzo, Monia Scalera, al centro della riunione tenutasi questa mattina negli uffici dell’assessorato alla Sanità a Pescara.

L’incontro ha affrontato un nodo rilevante, cioè la necessità di garantire continuità al riconoscimento economico per i medici convenzionati che operano negli istituti penitenziari, professionisti chiamati ogni giorno a lavorare in contesti complessi, spesso poco visibili all’opinione pubblica ma essenziali per assicurare il diritto alla salute delle persone private della libertà personale. La Regione ha assunto l’impegno di ridefinire la progettualità già prevista in delibera di Giunta e di procedere a una nuova deliberazione per continuare a riconoscere l’indennità aggiuntiva di 9 euro nelle more della stipula dell’Accordo Integrativo Regionale.

Il punto, in realtà, va oltre il pur rilevante aspetto economico; riguarda il modo in cui un’istituzione decide di presidiare un settore difficile e per questo spesso trascurato. La sanità penitenziaria è un banco di prova autentico della qualità dell’azione pubblica, perché misura la capacità di garantire continuità assistenziale, dignità della cura e presenza dello Stato nei luoghi che lo Stato tende a dimenticare.

Non si tratta, peraltro, di un tema isolato né di una peculiarità tutta abruzzese. In diverse regioni italiane, dalla Toscana alla Liguria fino alla Sicilia, la medicina penitenziaria è stata oggetto di accordi integrativi e interventi specifici volti a definire meglio il profilo professionale e il riconoscimento economico dei medici impegnati negli istituti di pena; un movimento che segnala la crescente consapevolezza, a livello nazionale, che il sistema non può essere lasciato all’improvvisazione locale. È dentro questa tendenza più ampia che si colloca oggi anche l’Abruzzo; con una differenza non secondaria, però: qui il passaggio è stato sollecitato e accompagnato da un’iniziativa istituzionale chiara della garante regionale dei detenuti, che ha trasformato un’esigenza in un risultato.

Infine, c’è un altro punto da cogliere. Da settimane Monia Scalera porta avanti un lavoro che tiene insieme il versante sanitario e quello del reinserimento, confermando una presenza istituzionale costante su un fronte che richiede competenza, pazienza e la capacità di portare le cose a compimento. Lo si è visto anche lo scorso 17 marzo, quando ha convocato a Pescara il tavolo interistituzionale con i direttori delle carceri abruzzesi per affrontare il tema della formazione dei detenuti e costruire un coordinamento tra tutti i soggetti coinvolti.

In una materia dove il rischio è sempre quello di fermarsi alle buone intenzioni o alle indignazioni a tempo, Scalera sta facendo ciò che serve davvero: tenere aperto il dialogo tra amministrazione, sanità e sistema penitenziario, ottenendo intanto un primo risultato tangibile per i medici e, con esso, per la qualità dell’assistenza nelle carceri abruzzesi. Non è ancora il punto d’arrivo. Ma è un passo vero — e in questo settore, i passi veri sono più rari di quanto si pensi.

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