Nella relazione urgente accuse di violazioni interne, rabbia e insulti. La famiglia ribatte: «I piccoli soffrono per i limiti imposti, non per la madre»
VASTO – La convivenza nella casa famiglia che ospita i tre “bambini del bosco” di Palmoli è arrivata al limite. La struttura protetta di Vasto ha formalizzato una richiesta al tribunale per i minorenni dell’Aquila per valutare il trasferimento dell’intero nucleo familiare – la madre, Catherine Birmingham, e i tre figli – in un’altra sede. La richiesta è contenuta in una relazione urgente firmata dalla responsabile del servizio minori, Lucia Fiorillo, depositata sul tavolo dei giudici che poco più di tre mesi fa hanno sospeso la responsabilità genitoriale di Catherine e del compagno Nathan Trevallion.
Nel documento gli operatori descrivono un quadro definito “insostenibile”, tracciando il profilo di una madre sempre più insofferente e irrispettosa delle regole interne. Al centro delle contestazioni c’è la gestione degli spazi e dei tempi condivisi: a Catherine è stato concesso in via eccezionale di restare con i figli per l’intera giornata e di pernottare nella loro camera, ma secondo la relazione violerebbe sistematicamente le disposizioni, facendo salire i bambini al secondo piano, l’area a lei riservata, eludendo l’obbligo di incontrarli al pianterreno.
I richiami del personale, si legge ancora nel testo, verrebbero spesso accolti con rabbia e insulti. L’escalation di tensione sarebbe aggravata da presunti ingressi non autorizzati: la direzione contesta alla donna di aver fatto entrare alcuni amici all’interno della casa di accoglienza, forzando ulteriormente i protocolli di sicurezza. Per la comunità, questo scenario non è più tollerabile.
Il nodo più critico sollevato dalla struttura riguarda però l’impatto psicologico sui minori. Gli operatori sostengono che i tre fratelli giochino in tranquillità quando sono soli, ma che cambino atteggiamento non appena la madre compare: si chiuderebbero al confronto e inizierebbero a seguirla in modo compulsivo, generando un clima di stress costante che, secondo la responsabile, avrebbe contraccolpi anche sugli altri bambini ospitati. Da qui la richiesta, velata ma chiara, di valutare una diversa collocazione per l’intera famiglia anglo–australiana. Il padre, al momento, non vive stabilmente nella struttura: può far visita alla moglie e ai figli tre volte a settimana.
Di segno opposto è la lettura fornita dalla madre e dai suoi parenti. Catherine appare sfinita, provata dalle urla dei figli che, raccontano i familiari, reclamano continuamente la sua presenza. Le notti sono scandite da incubi e pianti, documentati da alcuni audio finiti agli atti. Per la famiglia, i piccoli sarebbero stressati e ansiosi non a causa della madre, ma per l’atteggiamento rigido degli operatori, al punto da spingere i parenti a paragonare la struttura a una “prigione”.