I familiari delle vittime esprimono dolore e amarezza per la decisione della Corte d’Appello. Marsilio,”Sentenze che non fanno che spargere altro sale sulle ferite”. Intanto sono tre i ricorsi in Cassazione annunciati a cui potrebbero aggiungersi quelli del PG Barlucchi e delle parti civili
PESCARA – Il giorno dopo la sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello di Perugia sulla tragedia di Rigopiano, si aprono nuovi scenari giudiziari. Intanto gli avvocati dei tre ex dirigenti della Regione Abruzzo condannati hanno già annunciato l’intenzione di ricorrere in Cassazione e anche la Procura generale di Perugia sta valutando un possibile ricorso, in particolare sulle assoluzioni, tra cui quelle dell’ex sindaco di Farindola Ilario Lacchetta e dell’ex tecnico comunale Enrico Colangeli.
A nove anni dalla valanga che il 18 gennaio 2017 travolse l’hotel Rigopiano di Farindola, causando la morte di 29 persone, la Corte d’Appello ha emesso il verdetto dopo oltre otto ore di camera di consiglio decidendo per tre condanne, cinque assoluzioni e due prescrizioni.
I tre ex dirigenti regionali – Pierluigi Caputi, Vincenzo Antenucci e Carlo Visca – sono stati condannati a due anni di reclusione, con pena sospesa, per disastro colposo. I rispettivi legali, Francesco Carli, Placido Pelliccia e Diego De Carolis, hanno fatto sapere che attenderanno le motivazioni prima di formalizzare il ricorso in Cassazione. Anche i legali di parte civile attendono ora le motivazioni: «Una volta esaminate e verificata anche la posizione della Procura generale, potremmo decidere di ricorrere in Cassazione, ma solo per gli effetti civili», ha spiegato Wania Della Vigna, avvocato di Silvia Angelozzi, sorella di una delle vittime.
Ma mentre si profilano nuovi passaggi giudiziari, dai familiari delle vittime arrivano parole cariche di dolore e amarezza. «Mentre gli altri vengono prescritti o condannati con pena sospesa, a noi hanno dato l’ergastolo. Ma quale serenità? Io so solo che mia figlia non tornerà più». Così Marcello Martella, padre di Cecilia, 24 anni, una delle 29 vittime. Poco prima della lettura della sentenza, il procuratore generale aveva invitato i parenti a mantenere un comportamento consono, ma in aula le emozioni sono state difficili da contenere.
«Per nove anni abbiamo puntato il dito contro la Regione Abruzzo, la cui responsabilità è stata riconosciuta solo in parte, per non parlare delle prescrizioni – ha dichiarato Gianluca Tanda, portavoce del Comitato dei parenti delle vittime e fratello di Marco –. Non si può parlare di serenità. Non è questa la verità che cercavamo fin dall’inizio».
Dura anche la reazione di Paola Ferretti, madre del receptionist Emanuele Bonifazi, in particolare sulla commozione del legale dell’ex sindaco di Farindola, Lacchetta: «Ho trovato le lacrime dell’avvocato irrispettose nei confronti delle vittime. Noi da nove anni piangiamo sulla tomba dei nostri cari, mendicando un po’ di giustizia».
C’è chi, invece, prova a leggere il pronunciamento come un segnale: «Ci aspettavamo qualche condanna in più – ha ammesso Alessandro Di Michelangelo, fratello di Dino – ma ci consoliamo con questa sentenza dove lo Stato punisce la pubblica amministrazione inadempiente«.
Sulla sentenza è intervenuto anche il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio. «Questa lunga vicenda processuale non ha fatto altro che produrre e moltiplicare la sofferenza dei familiari. Ci sono voluti sei o sette anni solo per il primo grado, nonostante fosse un rito abbreviato. Sentenze che arrivano in alcuni casi anche fuori tempo massimo, vedi le prescrizioni intervenute, non fanno che spargere altro sale sulle ferite», ha dichiarato a margine di una conferenza stampa.
«Rinnoviamo la nostra totale vicinanza e solidarietà ai familiari delle vittime – ha aggiunto – accogliamo con rispetto la sentenza e leggeremo le motivazioni per comprendere fino in fondo quali sono state le ragioni di queste condanne».
La vicenda giudiziaria, dunque, non è ancora conclusa. Dopo nove anni, il dolore delle famiglie resta immutato e l’ultima parola potrebbe spettare alla Corte di Cassazione.